12/11/12

Power to the people: Patti Smith


Un complesso intreccio di cultura e musica, di poesia e rock 'n' roll, di frustrazioni quotidiane e aspirazioni ribelli, una vita in permanente contradizione tra  purezza e perdizione. Patti Smith  ci parla delle  delle sue canzoni e degli amici di sempre, Robert Mapplethorpe e Allen Ginsberg, di Fred Smith, dell'Italia. E di politica,  a Vienna dopo l’uragano. (n.d.r.)


di ELFI REITER
Vienna

Jet legged, stordita da Sandy, l’uragano che ha spazzato la zona del New Jersey, compresa New York, dopo sei giorni passati senza luce, senza riscaldamento, senza cibo, senza internet, senza telefono, ce l’ha fatta ad arrivare a Vienna per un evening to remember svoltosi al Metrokino, piccola sala cinematografica del secolo scorso, un teatro all’italiana con la forma a ferro di cavallo, i palchi e le strutture in legno scuro dalle linee tondeggianti alla Bernini e i comodi sedili in velluto rosso scuro: Patti Smith, la lady del rock ha recitato, cantato e parlato per un’ora e mezza, sola sul piccolo palco, lei e due chitarre, un tavolino tondo e unmazzo di fiori bianchi e verdi, stregando le circa duecento persone presenti da far culminare i continui applausi a scena aperta in una lunga standing ovation finale. L’artista dalla voce roca sonante e potente, di cui tutti/e ricordiamo Because the night (e non solo perché è la sigla di Fuori Orario) è stata ospite della Viennale 2012 perché co-produttrice del film presentato in prima mondiale, Museum Hours di Jem Cohen.

Grande amico del festival, lui non è potuto essere presente a causa di un’improvvisamalattia della madre adorata, grande amica di Cohen e amante della città di Vienna dove aveva cantato per la prima volta nei lontani anni settanta nella grande sala del Konzerthaus dove già avevano suonato i leggendari classici Mozart e Beethoven, lei ha investito 30mila euro in questo film di finzione girato per metà negli interni del Kunsthistorisches Museum e per metà in giro per le strade e i luoghi della capitale austriaca che risplende del fascino imperiale di un tempo che fu, ma sa accogliere magistralmente anche le arti più innovative nei varimusei, centri d’arte, teatri e altri templi delle arti antiche e non. La produzione di Museum Hours è americana, ma viennese è stato il supporto, non ultimo grazie alla stessa Viennale e allo Stadtkino, la sala comunale che fa anche distribuzione e per l’Austria infatti è il distributore del film che da quanto si legge sul catalogo è un inno alla vita, all’amore, all’arte. Parole che risuonano anche continuamente per tutta la serata, del 4 novembre, narrandoci Patti Smith dei tempi in cui, giovanissima, era arrivata a New York, nell’estate 1967, il giorno in cui era morto John Coltrane. Quell’estate era cambiata la sua vita, perché aveva incontrato RobertMapplethorpe. Ed ecco che veniamo a sapere che la sera da ricordare, è il giorno del compleanno di Robert che è anche il giorno della morte di Fred Smith, suo marito.
Mentre un’altra analoga coincidenza vuole che il 9 marzo sia la seconda data chiave per Patti: il 9 marzo 1978 aveva conosciuto, per caso sottolinea lei, il suo futuromarito, Fred, in una festa per festeggiare l’uscita dell’album Horses, e vent’anni dopo, esattamente nello stesso giorno del mese di marzo eramorto Robert: correva l’anno 1998. Due date, due uomini. I suoi due uomini, uno per la vita artistica, uno per la vita privata: con Mapplethorpe era cresciuta artisticamente, con Fred sul piano umano mettendo al mondo anche due figli, una donna e un uomo. Quando prende in mano la prima volta una delle due chitarre posate sul palco, una marron e una nera, lei ringrazia coloro che gliel’hanno prestate. La tempesta abbattutasi sulla grande mela e dintorni nei giorni 28 e 29 ottobre le avevano impedito di portare con sé la sua: tutta l’attrezzatura tecnica era in un deposito. Allagato. Inaccessibile. Parte il song Grateful. Fred era morto il giorno, in cui era nato Robert, così il 4 novembre è per sempre, come ogni 9 marzo, il giorno più felice e più triste nella sua pur emotivamente ricca vita. Poi Patti Smith racconta come si erano incontrati, lei e Robert, nell’estate 1967, per strada, due outsider, due misfits, che si erano trovati per vivere insieme nell’arte, ognuno nella sua, lui nella fotografia, lei nella musica. Mapplethorpe aveva sempre detto «vivo per e nell’arte, da solo», sottolinea tenendo in mano il libro nero da cui legge i testi, Just Kids (uscito nel 2010 in Italia per Feltrinelli, ndr), che narra appunto la storia artistica tra loro due. Immersa nel racconto della sua giovinezza, nell’underground newyorkese anni settanta, intona Wing, un song per giovani ai quali dice di inviarlo e lo dedica a tutti coloro che oggi hanno vent’anni: «ero come un’ala che si era innalzata nel cielo blù…».



C. Solomon, Patti, Ginsberg, Burroughs
Fine 1969. Natale a New York, nevica. Robert e Patti alloggiano al Chelsea Hotel. «Noi siamo gli anni settanta, the art decade», aveva detto Robert pochi giorni prima dello scoccar della mezzanotte che avrebbe fatto segnare la data del 1° gennaio 1970 portandoci tutto ciò che conosciamo da libri, dischi, film, teatro. Il Chelsea Hotel per Patti Smith era come un college, era la sua nuova università. Lì aveva incontrato il suo grande maestro: Allen Ginsberg. «Tu mi nutrirai, quando ho fame», le aveva chiesto, e lui lo aveva sempre fatto con passione e dedizione. A questo punto la singer ha preso in mano la chitarra nera, dicendo ironicamente quasi tra sé e sé, let’s go into the unknown darkness (t.l. buttiamoci nell’oscurità sconosciuta) e intona alcuni accordi per inventare tutto, parole e musica, sull’istante: «quando la tempesta arrivò, no elettricità, no internet, no tv, no cibo per me… e se non ce l’avessimo nemmeno qui, l’elettricità, voi non dovreste ascoltarmi, qua!».

Canta, ride, scherza, ride di se stessa quando le corde delle chitarre non sue non le rispondono a dovere. Poi, posa la chitarra e racconta la genesi della sua hit più grande: Because the night. Nel periodo in cui stava registrando il terzo album, Easter (per la Arista Records), nel 1978, Patti Smith racconta di aver avuto un piccolo incidente. Non aveva molti songs, e così il producer Jimmy Ioven che era amico di Bruce Springsteen le aveva passato uno suo. Lui stava registrando il suo Darkness on the Edge of Town, e rendendosi conto che il brano che farà da base alla sua - lo dice con grinta e ironia - unica hit, «tutti vogliamo almeno una hit!», non c’entrava con lamusica del disco, Springsteen l’aveva passato all’amico Jimmy che a sua volta l’avevo passato a Patti. Lei lo prese, sotto forma delle allora in voga cassette audio, e l’appoggiò sulla libreria, in alto, in cucina. Bene in vista, la cassetta vi rimase per un bel po’ di tempo, nonostante il suo producer l’avesse chiamata tutti i giorni, anche più volte, per chiederle se l’aveva ascoltato quel song e cosa ne pensava. Lei si era ostinatamente rifiutata di cantare un song di Bruce Springsteen, non voleva prendere un song da lui, lei voleva comporre i suoi songs. Capitò che in quel periodo che lei era infortunata, e quindi bloccata in casa, suo marito era a Chicago per lavoro e mediamente le telefonava tutte le sere. Una sera, la loro chiacchierata giornaliera doveva farsi verso le sei, ma il telefono rimase muto. Fred quella sera non chiamò. Lei aspettava, il telefono non suonava. Aspettava,ma niente. Il silenzio. Passavano le ore, senza far nulla. Finché il suo sguardo captava quella cassetta audio lassù in alto, la prese, l’ascoltò, le piacque, cominciò a inserire parole sue, riferite a quella notte, di attesa, di uno squillo: «ho un dubbio? / L’amore è uno squillo/ del telefono…».

con Fred Sonic
E fu così che Because the night divenne la prima canzone d’amore dedicata a Fred. Lui poi aveva chiamato, a notte fonda, e si misero a parlare della canzone che lei aveva appena scritto. Patti Smith si gira verso le due chitarre, ci ripensa, torna davanti al microfono e stando in piedi intona: «Have I doubt being alone? / Love is a ring / on telephone…» solo voce, chiedendo aiuto al pubblico per far risuonare più forte il refrain, fino a cantare tutti ad alta voce: Because the night belongs to lovers, because the night belongs to us, per finire con un chiaro e netto: Because the night belongs to LOVE! Perché la notte appartiene all’amore. Sulla scia dell’amore ritrovato Patti ci dice che Fred era un uomo rivoluzionario che aveva un amore enorme per le persone. Tutte. Ed ecco che le torna in mente com’era nata un’altra grande sua canzone. Lei era seduta in cucina e stava pelando le patate, quando la porta si aprì e Fred entrò in cucina dicendole:
«People have the power. Scrivilo!». «Il popolo ha il potere», dove per «potere» intendeva il potere individuale e quello collettivo. A questo punto Patti Smith, lei stessa rivoluzionaria, vestita elegantemente con una giacca nera sul paio di jeans e la camicia bianca, i lunghi capelli color cenere attraversati da fili argentei, leggermente mossi, ha cominciato a parlare delle elezioni che si sarebbero tenute l’indomani nel suo paese, gli Usa, per ricordare che quella era una delle occasioni in cui il popolo poteva (può) ricordare al governo, ai sindacati, alle istituzioni civili e militari che, se vuole, li può mettere in ginocchio, tutti, se solo decide di farlo. E parte recitando: «Ero immersa nei miei sogni/di un’apparenza brillante e corretta /…/ Ascolta: /…/noi possiamo rivoltare il mondo /dare il via alla rivoluzione sulla terra /noi abbiamo il potere…».

Appena volate le ultime parole, Patti dice con voce altrettanto ferma: «Robert Mapplethorpe è morto il 9 marzo, quattro anni dopo Fred. Mi aveva chiesto di scriverla, la nostra storia, l’ho fatto vent’anni dopo: Just Kids. La notte prima che morisse gli avevo scritto una lettera, ma lui non l’ha potuto leggerla, la leggo, ora, a voi». E rivolge al pubblico attento e caloroso nella piccola sala del Metrokino le sue parole più intime destinate originariamente al suo amico per la vita. End. Fine della serata. Patti concede un bis, il song Banga dal nuovo album omonimo (uscito in Italia il 1° giugno scorso, ndr). Cosa significa Banga? È il nome del cane di Ponzio Pilato, il personaggio coinvolto nel processo evangelico contro il messia in Il maestro e la margherita di Michael Bulgakov, storia che scorre parallela a quella del maestro (lo scrittore e drammaturgo perseguito per questioni politiche) e del suo amore per la bella Margherita (ambientato nell’Unione sovietica del cambiamento, staliniano, negli anni trenta, ndr). Dice, salutando ancora una volta il pubblico, di averla scritta appositamente per un accordo solo, in «re», per poterla suonare sempre, anche da sola, senza sbagliare, eppure, racconta, ci era riuscita a stonarla in un concerto davanti a centomila persone. «Vediamo come va stasera», e già strimpella le corde affinché le diano retta come fanno quelle della «sua» chitarra, rimasta appunto sott’acqua in una cantina di New York. Seconda parte. Incontro stampa collettivo in cinque, da Portogallo, Germania, Austria, Serbia, io dall’Italia. Patti Smith, seduta in poltrona, cappellino di lana nero in testa, saluta ognuno/a di noi con una frase di benvenuto. «Adoro l’Italia, ci sono stata di recente». «Dalla Serbia? Oh, che piacere! Un amico di Belgrado, Milos, nato e cresciuto a Belgrado e che vive da un po’ di anni a New York, ha molto influenzato il mio nuovo disco. Fu lui a farmi conoscere Bulgakov. Belgrado poi è una città vivace e interessante, con tanti giovani artisti e una grande energia creativa, certo ci sono molte sfide da affrontare, ma lì ho visto mostre con opere fatte conmateriali riciclati, come avevamo fatto Robert e me». Le chiedono di Just Kids, com’era riuscita a finirlo. «Ho sempre qualcosa da finire…» Dice Patti, che per scrivere in pace ama ritirarsi a Rockaway Beach, raggiungibile col metrò dalla city, andata completamente distrutta dal passaggio di Sandy, ma la sua piccola casa è rimasta integra (ci fa vedere la foto sul suo smartphone). «Costruita nel 1910 è rimasta in piedi, un piccolo miracolo! Subito dopo Thanksgiving (il 22 novembre quest’anno, ndr) parte il tour con Neil Young & Crazy Horse e andremo inmolti grandi posti, tra cui il Madison Square Garden. Adoro Neil Young, spero di cantare uno o due song assieme, è facile cantare i suoi song, usiamo la stessa intonazione!». Un film da Just Kids? Ha avuto molte richieste ma in fondo preferisce mantenerlo nella forma di libro avendolo scritto in formamolto cinematografica, e chi lo legge già vede un film. In ogni caso lo vedrebbe nello stile di Stranger than paradise di Jim Jarmusch o dei primi film di Godard, con attori giovani esordienti visto che allora Robert e lei erano solo giovani, come dice il titolo.

Alla domanda se era vero che erano previsti Kristen Stewart (in The Runaways, ndr) e Robert Pattinson (famoso per aver interpretato Edward Cullen nella saga tv Twilight, ndr), Patti risponde che questo è un tipico esempio del terribile giornalismo che oggi va per la maggiore: in una lunga intervista con un giornalista aveva detto che voleva attori sconosciuti e che poteva immaginare loro due quando erano ancora esordienti.
Nulla più. Quei due kids le ricordavano Robert e lei quando avevano vent’anni. Aveva solo detto che poteva immaginare loro due, e nel testo pubblicato erano già pronti per girare dopo due settimane! Un tipico caso di come nascono le voci. Oggi la caccia si fa sempre più selvaggia per le tante testate online, nessuno bada più al testo, si compete unicamente per i titoli più accattivanti. È davvero un peccato vedere che la promessa di internet di espandere il buon giornalismo è talmente deteriorata in una gara di news provocatorie. «Certo, non voglio generalizzare,ma lo vedo spesso: basta che si dice una piccola cosa in un contesto più ampio, e già la filtrano per poi inventarci di tutto attorno. Bisogna stare attenti a quello che si dice». Al contrario, si era sentita a casa nel contesto della serata a Vienna, ma raramente si era sentita talmente esausta. «Era la tempesta, ero sfinita a livello fisico e mentale, e dire che negli Usa siamo fortunati. Non potevo non pensare ai paesi in cui situazioni come quelle sono la realtà quotidiana, come ad Haiti. Un effetto importante c’è stato: la gente adesso bada maggiormente alle questioni ambientali. Lo stesso Bloomberg ha fatto un appello di voto per Obama perché il partito repubblicano non prevede l’ambiente nella sua agenda politica. Come mai oggi non c’è una forte opposizione come negli anni sessanta/settanta? Noi avevamo un chiaro focus sulla lotta per i diritti civili e soprattutto contro la guerra in Vietnam. Ci avevamolto uniti, e non importava se repubblicano o democratico, gli uomini erano stati arruolati. È fantastico quando le persone trovano un comune denominatore al di là di religioni varie, possono fare tutto. Inoltre eravamo galvanizzati dalle nostre voci culturali e non va dimenticato che avevamo solo dischi, emittenti radio e qualche piccola tv. Per cui tutti ascoltavamo la stessa radio, le stesse informazioni da digerire insieme. C’erano i Beatles, Bob Dylan, Neil Young, che scrivevano songs per veicolare idee politiche, su rivoluzione, sesso, ecc. Ora siamo sparpagliati, non c’è una musica, un’emittente radio o un pugno di artisti da seguire.Ma tanti. Certo è tutto democratizzato e vedendolo nel contesto della storia umana, la democrazia ha i suoi lati buoni ma anche una leadership se ben condotta, non èmale. Torno all’esempio di prima, nel giornalismo la differenza tra verità e finzione non importa amolte persone essendo interessati a diventare celebri. Le cose oggi hanno un focus diverso da quello che avevamo noi. Anzi, mi sembra che non si sappia nemmeno puntare su una cosa,ma si famolta difficoltà a unire le cose e a unirci. Qui vorrei dire che la prossima causa che ci unirà a livello globale sarà la questione ambientale. Lo dice il Dalai Lama, lo dicono politici come Al Gore, lo dicono i nostri contadini.

ELFI REITER (per Alias)




Banga